Il piu' italiano di tutti
Qualche settimana fa il New York Times ha lanciato un allarme: puo'
finire la tipicità della cucina italiana, visto che la miglior carbonara di
Roma la prepara uno chef egiziano. Allarme che ci lascia alquanto indifferenti:
a Milano, è un cinese che prepara uno dei migliori risotti alla milanese. E
nelle Langhe abbiamo visto all'opera non pochi giapponesi. Imparano l'arte
(da qualcuno del posto) e la mettono da parte. La buona o cattiva cucina non
è nelle carte di identità, ma nell'applicazione, nella tecnica, nella passione.
Gianni Mura
Alle Olimpiadi di Tokio 1964, l'Italia ottenne nelle varie specialità
del ciclismo, sia su strada che su pista, risultati brillanti, con un
bottino di medaglie impressionante.
Su strada conquisto' la medaglia d'oro nella gara in linea con Zanin e
quella d'argento nella cronometro a squadre con il quartetto composto
da Dalla Bona, Andreoli, Guerra e Manza.
Su pista Pettenella vinse l'oro nella velocità e l'argento nel chilometro
da fermo. Bianchetto l'argento nella velocità e l'oro nel tandem in coppia
con Damiano. Orsi l'argento nell'inseguimento individuale.
Infine il quartetto composto da Roncaglia, Testa, Rancati e Mantovani
conquisto' l'argento nell'inseguimento a squadre.
La scuola italiana, in grado di sbaragliare in questo modo gli avversari,
rappresentava l'eccellenza, un indiscusso punto di riferimento.
Notevole interesse si riverso' anche sui nostri artigiani costruttori di
biciclette. I vari
Cinelli,
Galmozzi,
Masi,
Pogliaghi, insieme ai piu' giovani Colnago e
De Rosa,
grazie ai risultati sportivi di grande prestigio
affermarono in quegli anni la scuola telaistica italiana nel mondo.
Se Pettenella non ebbe difficoltà a monetizzare subito i successi di Tokio
vendendo prima di ripartire la Masi con cui aveva vinto l'oro nello sprint,
addirittura la Federazione ciclistica giapponese fece importare vari modelli
di biciclette italiane, che vennero poi smontati, misurati e analizzati
nei minimi dettagli.
E' proprio sugli spalti del velodromo olimpico di Tokio, dove si compiono
i trionfi della nazionale italiana, che un ragazzino che ha appena finito
la seconda superiore, venuto per curiosità ad assistere alle corse, scopre
la sua vocazione.
Yoshiaki Nagasawa sino ad allora non si è mai interessato molto al ciclismo.
Ma a Tokio ne rimane letteralmente folgorato, tanto che una volta a casa, si iscrive
subito alla squadra della sua scuola per correre in bicicletta.
Ben presto pero' scopre che ad affascinarlo davvero, della bici, non è tanto
il competere in sella quanto i dettagli della meccanica, i segreti del suo
funzionamento e della sua costruzione.
Si getta quindi a capofitto a studiare le biciclette. Quelle italiane, ovviamente,
le migliori in circolazione. Smonta e rimonta, misura e confronta, arriva
al punto in cui assemblare la bici non gli basta piu'. E matura la decisione di
cimentarsi con l'arte di costruire i telai. Vuole diventare un artigiano telaista.
Nella primavera dell'anno successivo, dopo il diploma, non resta quindi che fare il grande salto
e trasferirsi da Osaka nientemeno che in Italia, a Milano, dove hanno bottega i migliori
artigiani, per carpire i segreti del mestiere.
Il giovane Nagasawa sa scegliere i suoi maestri e si sistema a bottega da
Sante Pogliaghi,
che ha aperto il suo atelier vicino all'Arena ormai da quasi vent'anni, e
produce telai eccellenti per la strada e la pista, tra cui spiccano i suoi
particolari tandem.
Nagasawa trascorre da Pogliaghi circa un anno. Dopo questo primo apprendistato, si trasferisce
presso la bottega di
Ugo De Rosa,
anch'egli già ormai costruttore affermato. Alla corte di De Rosa Nagasawa si ferma
per quattro anni. Quando decide di tornare in Giappone, il mestiere è suo.
Ora che sono passati quarant'anni, Pogliaghi ha chiuso da tempo e De Rosa
si è trasformato in industria della bicicletta, Nagasawa continua a costruire splendidi
telai utilizzando la saldobrasatura e le congiunzioni, in modo rigorosamente tradizionale.
In tutti questi anni è rimasto sempre fedele alle tecniche apprese a suo tempo
dai maestri italiani, reinterpretandole e continuando ad affinarle. Con il risultato
che oggi le sue biciclette sono oggetti fuori dal tempo che incantano per la loro bellezza
classica, l'eccezionale eleganza, la raffinatezza e la cura dei dettagli.
La sua fama è via via cresciuta. E' diventato un personaggio di culto.
Dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa, cosi' come del resto gli italiani,
De Rosa e Masi per fare due nomi, lo sono in Giappone. Culto legato in parte
all'eccezionale fama raggiunta dallo sprinter giapponese Koichi Nakano che, tra
il 1977 e l'86, correndo con i suoi telai, vinse per dieci volte consecutive
il titolo mondiale della velocità su pista.
In una intervista apparsa sulla rivista Bycicle Guide nel 1987, affermava:
«La bicicletta è una sorta di opera d'arte. Ogni bicicletta ha una evidente funzione
tecnica. Ma oltre a quello, la bici deve essere ben equilibrata
e armoniosa, sia di per sé che quando il ciclista ci è sopra. Costruisco ogni
bicicletta perché ognuno possa vederne e apprezzarne la bellezza. Non costruisco
in modo meccanico, perché anche se una bici è meccanicamente perfetta, se appare
brutta quando il ciclista ci è seduto sopra, per me è un fallimento.»
Per avere un telaio Nagasawa oggi bisogna aspettare due anni. E' un telaio costruito
nella piu' autentica tradizione italiana. A Kashiwara, un piccolo villaggio vicino Osaka,
in Giappone.
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